Comunicato stampa di Onav Trento del 26 febbraio 2018

Se il Trentodoc rappresenta il vino bandiera della più recente vitienologia del Trentino, indubbiamente il Teroldego, in particolare il Teroldego Rotaliano doc, ne incarna storicamente il vino rosso più importante.

In Trentino la presenza di questo vitigno è secolare. Attualmente la produzione annua di Teroldego oscilla tra i 70 e gli 80.000 q.li e rappresenta circa il 7% dell’intera produzione trentina, con una significativa contrazione rispetto ai primi anni ’50, quando la quota di quest’uva diffusa in tutta la provincia, rappresentava circa un quinto del totale. Il Teroldego negli anni ha finito con il concentrarsi nella Piana Rotaliana, soprattutto dopo il riconoscimento della doc nel 1971, ma può essere presente anche nella doc Trentino come Rosato (o Kretzer); nella Valdadige doc a completare il 50% di Schiava e/o Enantio da solo o congiuntamente con Merlot, Lagrein, Cabernet Franc e Sauvignon, Pinot Nero; come pure nella Casteller doc a completare il 50% di Merlot, da solo o congiuntamente con Schiava, Enantio, Lagrein.

La piana Rotaliana, o Campo Rotaliano, comprendente i territori dei comuni di Mezzolombardo, Mezzocorona e la frazione di Grumo nel comune di San Michele all’Adige, è attraversata dal torrente Noce e presenta un suolo dalle caratteristiche chimico-fisiche e pedologiche uniche, seppure con differenze marcate a seconda della vicinanza all’antico alveo del torrente, deviato a metà ‘800 per farlo confuire nell’Adige più a sud ed evitare le frequenti tracimazioni e alluvioni. Ghiaia, sabbia e ciottoli di diversa origine e natura come granito e calcare alpino da Adamello e Presanella; arenaria porfirica dall’Ortles- Cevedale; porfido quarzoso dal Penegal; calcare alpino superiore e dolomite dal Roen; ardesia dal Gruppo di Brenta, levigati e portati a valle dall’acqua, si combinano in profondità in percentuale variabile, e sono coperti in superficie da un fertile strato di limo e terra fine.

Il Teroldego è un vitigno dalla maturazione non tardiva (di terza epoca), allevato tradizionalmente a pergola, semplice o doppia, con potatura lunga perchè caratterizzato da gemme distali e, se non castigato, particolarmente produttivo, tanto è vero che il disciplinare del Teroldego Rotaliano doc prevede una produzione massima fino a 170 q.li/ha. Il grappolo di questa varietà è medio grande di forma piramidale caratterizzato da una o due ali e l’acino presenta una buccia spessa blu nera, che conferisce al vino un colore rubino carico. Unitamente alla ricchezza di antociani (mediamente tra i 300 e i 350 mg/l), una discreta dotazione polifenolica (tra i 1.600 e i 2000 mg/l di media, ma che possono arrivare tranquilamente ai 2.500 mg/l in presenza di un appassimento anche solo parziale delle uve) conferisce al Teroldego un inconfondibile sapore asciutto ammandorlato, leggermente tannico.

Sono caratteristiche simili ad altri due vitigni, di cui il Teroldego è stato dimostrato essere certamente la madre, come il Marzemino e il Lagrein, ma a differenza di questi il Teroldego vanta una maggiore carica polifenolica e quindi un più elevato estratto secco, che ne consentono una maggiore tenuta nel tempo e soprattutto ne fanno un vino in grado di reggere il confronto con altri vini rossi importanti. Non è un caso se su 24 rossi trentini premiati come vini eccellenti da una decina di Guide nazionali per il 2018, ben 15 siano dei Teroldego, pari a circa i due terzi dei rossi premiati, e pari a poco meno di un quarto del totale vini premiati (di contro ad una quota di Trentodoc superiore al 40%). Una percentuale questa riferita al Teroldego che risulta sostanzialmente stabile nel corso dell’ultimo decennio, oscillando tra il 20 e il 25% del totale vini premiati del Trentino dalle diverse Guide.
Ai vini premiati nel 2018 Onav Trento ha voluto dedicare una serata, con la presenza dei produttori.

Un’occasione unica per cogliere caratteristiche comuni ma anche pratiche di campgna ed enologiche particolari per esaltare le potenzialità del vitigno Teroldego. Dalla scelta di una conduzione biodinamica in campo, come messo in luce da Emiliano Foradori per il Foradori – Teroldego igp Vigneti delle Dolomiti 2015, e un utilizzo, secondo tradizione, di vasche di cemento, materiale traspirante e meno soggetto a sbalzi termici, per la maturazione del vino; alla fermentazione in tini di legno attrezzati per favorire la sommersione del cappello di vinacce per il Teroldego Rotaliano doc Le Cevare 2015 come spiegato dal titolare dell’azienda omonima Luigi Zanini. O il ricorso a portainnesti più deboli come lo Schwazmann o il 3309 Couderc dei due Teroldego rotaliano doc “Pini” 2013 dell’azienda agricola Zeni o il Riserva “Luigi” 2012 della cantina Dorigati, il vino che porta il nome del fondatore della cantina risalente al 1858, come spiegato da Paolo Dorigati: due vini potenti ed eleganti dotati di particolare equilibrio, il primo irrobustito ulteriormente da un parziale appassimento delle uve, come chiarito dal produttore Rudy Zeni. Tecnica sperimentata all’inizio degli anni 2000, al pari del Gran Masetto della cantina Endrizzi, la cui annata 2012 è stata illustrata dal titolare Paolo Endrici. Metà delle uve per il Gran Masetto sono sottoposte ad appassimento in celle refrigerate per un paio di mesi alla temperatura di 10 gradi e il risultato finale è un vino levigato dai tannini evoluti, complesso al naso, caldo con i suoi 15,5%vol. ma al tempo stesso fresco in bocca nonostante un residuo zuccherino di 5-6 gr/l.

La scelta della spalliera per contenere le rese, come ad esempio praticato dall’azienda De Vescovi Ulzbach, premiata con il suo Teroldego Rotaliano 2015. O ancora la conferma di come i risultati migliori dei Teroldego Rotaliano doc siano garantiti da selezioni massali o policlonali, con vigne vecchie quasi secolari, come nel caso del “Sangue di Drago” 2014 dell’azienda agricola Marco Donati, un produttore presente nella Guida Prosit di Onav con ben tre Teroldego di eccellenza; o il Superiore Maso Cervara 2014 di Cavit, illustrato dal brand ambassador aziendale Andrea Sebastiani (che nella sua testimonianza ha rilevato come abbia incontrato alcune decine di cantine in giro per il mondo dove i discendenti degli emigrati trentini hanno continuato a produrre il Teroldego): due vini di cui si sono potuti apprezzare gli ottimi risultati raggiunti anche in un’annata infausta come il 2014.

E non poteva mancare la Cantina Rotaliana di Mezzolombardo, dove l’uva Teroldego incantinata la fa da padrone rispetto alle altre uve, con il suo pluripremiato Clesurae, frutto di uno scrupoloso progetto qualità in campagna e una scelta “internazionale” di farlo maturare per almeno due anni in barrique per lo più nuove. In degustazione l’annata 2011, presentata da Massimo Bernardi, responsabile commerciale della Cantina: un vino potente ma privo di qualsiasi spigolosità tannica, con ancora qualche anno davanti, ad evidenziare la potenziale longevità del Teroldego.

Gianfranco Betta